Chissà perché, ma la tanto attesa e sbandierata “ripartenza” sembra poco corrispondere ai sentimenti di speranza e cambiamento che hanno accompagnato la prospettiva di ritornare a solcare le vie della città e vivere in comunità. Una “ripartenza” che a Roma sa di brusco risveglio: con i trasporti pubblici al collasso, inseguendo i ritmi di un lavorare “frantumato”, si torna a riunirsi, a cercare spazi di condivisione e si trovano piazze trasformate in dehors di bar e ristoranti.
Ripartire come sinonimo di consumare, vendere e comprare.
Per chi vive a San Lorenzo la “ripartenza” più che un brusco risveglio ha assunto le forme della privazione del sonno: un nuovo stadio del processo di trasformazione della città, del nostro quartiere, in un parco giochi capace di attirare i consumatori incitati a ripartire.
Abbiamo più volte sollevato i problemi di una trasformazione di San Lorenzo (e della città) governata esclusivamente da appetiti voraci, piccoli e grandi interessi che hanno estromesso, in nome del libero mercato, chi San Lorenzo (e la città) la vive e attraversa, ci studia e lavora.
Per un verso il quartiere è sempre più difficile da vivere: sporco, invaso da orde di adolescenti in cerca di shottini e di sostanze (che abbondano: è il libero mercato); un quartiere che mostra la presenza mafiosa nelle piazze di spaccio e nel turnover di gestioni dei locali di somministrazione.
Per l’altro assistiamo alla messa a sistema di una strategia di conquista del territorio da parte della rendita immobiliare che costruisce nei cortili, negli squarci lasciati a memoria dei bombardamenti del ‘43, indifferente ai bisogni di una comunità che fatica a riconoscersi. Anche in questo caso qualcuno direbbe: è il mercato.
Negli anni abbiamo accompagnato decine di vertenze contro interventi speculativi, in cui sedicenti imprenditori hanno realizzato profitti costruendo e/o sottraendo spazi pubblici, nel silenzio colpevole di chi ha come fine istituzionale la difesa dell’interesse pubblico. I “magnifici” progetti, però, non hanno affatto migliorato il quartiere.
Quanti hanno condiviso lo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo, ai loro occhi simbolo dell’irregolare, chissà se si accorgono oggi quanto il quartiere (e la città) pagano ancora per il vuoto che ha lasciato sul panorama artistico e sul tessuto sociale.
Nelle ultime settimane tre vicende esemplificano pienamente l’accelerazione del processo di estromissione delle esperienze di costruzione dal basso di un tessuto sociale in cui la trama delle relazioni e delle solidarietà ha potuto contare su un ordito di organizzazione e attivismo.
La prima è la vicenda di un campo da pallone in terra battuta, un campo regolamentare che fa parte (con altri campi da gioco) dell’impianto sportivo dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo: un fazzoletto di terra che venne affidato, poco più di un secolo fa, a questa organizzazione cattolica statunitense con l’impegno (e il vincolo) di mettere a disposizione del quartiere strutture per fare sport accessibili a tutti (e tutte aggiungiamo un secolo dopo). Ora c’è solo la volontà di trasformare l’impianto in un circolo esclusivo e escludente, con parcheggi e campi da paddel.
Un disegno diametralmente opposto a quello perseguito dall’Atletico San Lorenzo, la polisportiva che da otto anni proprio in questa struttura dà gambe a un progetto di sport popolare e inclusivo. L’Atletico San Lorenzo sta guidando una vertenza per evitare la distruzione del campo da calcio a 11, uno dei pochi in questa parte di città, per continuare a farci giocare queste ed altre generazioni di bambini/e, ragazzi/e che formano le numerose squadre della polisportiva.
Una vertenza che richiama alle proprie responsabilità tanto la Fondazione Cavalieri di Colombo quanto le amministrazioni cittadine.
La seconda vicenda ha radici nella famosa delibera 140 con cui la giunta Marino intendeva rivedere le assegnazioni degli spazi del cosiddetto patrimonio indisponibile del Comune di Roma e che erano state affidate a associazioni e realtà prive di fini commerciali. La maldestra operazione della giunta Marino portò alla generalizzata richiesta di arretrati per canoni di affitto calcolati a prezzo di mercato nonostante quanto convenuto tra Comune e assegnatari.
A San Lorenzo sono diverse le realtà colpite da questa mannaia (la Palestra Popolare e il Grande Cocomero), ma è Esc Atelier – spazio sociale in fondo a via dei Volsci – ad essere colpito, caso pressoché unico a Roma, con una violenza “esemplare” dal meccanismo amministrativo-giudiziario avviato con la delibera 140.
Esc, tra i motori del movimento “Decide Roma” che all’indomani della 140 aveva raccolto il mondo dell’associazionismo romano contro una misura che ne decretava di fatto la fine delle attività, è stato condannato al pagamento di arretrati non dovuti e illegittimamente calcolati a prezzi di mercato per oltre 200 mila euro. Una condanna grave perché non tiene conto della mole di attività culturali, di mutuo aiuto e di sostegno attivate da Esc a servizio del quartiere e a favore di migranti, lavoratrici/ori precari, vittime di violenza e discriminazione. Una condanna che richiede una risposta immediata da parte di chi guida l’istituzione che ha creato questa situazione di violenza amministrativa. Abrogare la delibera 140 e ristabilire la giusta misura ai propri atti amministrativi è il segnale di responsabilità e maturità che deve giungere – ora – dalle istituzioni cittadine.
L’ultima vicenda è quella che tocca le sorti del quadrante compreso tra via dei Lucani e scalo San Lorenzo e che minaccia il progetto di riqualificazione che la precedente amministrazione aveva definito per quest’area, segnata dall’abbandono in cui i proprietari l’hanno lasciata da decenni e salita agli onori delle cronache quando questa colpevole assenza e incuria ha creato le condizioni per il femminicidio di Desiré Mariottini.
Dopo un percorso non privo di difficoltà, stante la latitanza dei proprietari che hanno boicottato i piani del comune (verde e servizi chiesti dal quartiere), la Giunta Raggi ha votato la procedura di esproprio, con i fondi pronti per essere accantonati.
I privati, appoggiati in questo dal Municipio II, hanno in progetto di costruire ben più remunerative palazzine di appartamenti, da aggiungere a quelle già sorte in quei terreni (grazie a vecchi permessi di costruzione tirati fuori in tutta fretta da qualche cassetto).
L’urgenza di ribadire l’esproprio come espressione di una volontà pubblica superiore ad ogni interesse privato– e con essa la decisione di destinare a verde e servizi questo luogo simbolo della sottrazione e dell’abbandono – è tanto più pressante ora che parte di queste proprietà verranno messe all’asta entro la fine dell’anno.
Questa vendita minaccia direttamente anche uno dei pochi spazi solidali del quadrante, quelli occupati da Communia e che ospitano, tra l’altro, una biblioteca e un’aula studio. Una delle due aule studio (in un quartiere universitario!) che quando le università tenevano chiuse le proprie, hanno permesso a chi studia di farlo in un luogo sicuro (l’altra era nel Nuovo Cinema Palazzo).
A San Lorenzo non si può parlare di “ripartenza” per ciò che riguarda la solidarietà, la cura, l’attenzione alla comunità poiché queste non si sono mai interrotte: a Communia (e al Nuovo Cinema Palazzo) per mesi abbiamo raccolto beni di prima necessità che venivano immagazzinati e divisi nella grande sala di Esc e quindi distribuiti (con lo slancio fondamentale dell’Atletico San Lorenzo) a chi ne aveva bisogno, in quartiere e in rete con iniziative analoghe della città.
In questo tempo in cui a San Lorenzo si addensano i segnali di voler cancellare esperienze e spazi che danno senso alla parola “città” quale luogo di vita e relazione, costruzione collettiva del presente e del futuro, ci attendiamo che a ripartire sia un fare politica da parte delle istituzioni responsabile e coraggioso, attento ai bisogni dei cittadini anche a costo di rompere consolidati rapporti di potere.
Sarebbe una bella ripartenza dopo decenni di rinuncia.
