Fenomenologia e Cinema Palazzo

di Agostino Sotgia

Amsterdam, Schipol – 10.02.2024.

L’aeroporto è il non-luogo per eccellenza, se crediamo a quanto scritto da Augé circa questi posti strani dove si aspetta solamente qualcosa per andare da un’altra parte.
E mentre si aspetta la testa inizia a farsi delle domande.

Da un po’ la mia è la seguente: cos’è realmente un luogo?
Ho riletto recentemente alcune delle pagine dell’antropologo citato all’inizio perché per lavoro studio il rapporto degli esseri umani con i luoghi e i paesaggi che attraversano nel tempo. Da storico determinista, pigro studioso che si coccola nel fatto che un po’ Bloch e un po’ Binford hanno già detto tutto, continuo imperterrito a dire che non vale tanto la pena pensare alla Fenomenologia. Che il sentire umano rispetto ai luoghi non produce nessuna traccia rilevabile, passato il nostro “qui e ora”. E che in definitiva il rapporto uomo-luogo altro non è che una serie di risposte adattative del primo alle caratteristiche – tutt’al più “economiche” – del secondo. Un po’ come il rapporto che ha la città di Calviniana memoria col deserto a cui si oppone e a cui conseguentemente deve la sua forma. In altre parole, un luogo viene definito semplicemente da quelle sue caratteristiche che obbligano dei comportamenti e tanto basta a capire come storicamente inserirlo all’interno di un ragionamento. Poi il modo in cui ognun* lo percepisce in realtà è storicamente ininfluente. La barbarie post-processualista è in questo modo ancora una volta sconfitta e l’archeologia può continuare a fare la sua ricerca storica.

Però poi è uscita questa storia del Cinema Palazzo, di quello che diventerà a breve, e un po’ di persone hanno cominciato a dire cose – anche chi forse avrebbe fatto meglio a non aprire bocca – e quindi in realtà tutta l’impalcatura teorica sui luoghi che mi ripeto è venuta meno. Perché le tante cose che il Cinema Palazzo è stato di certo non possono essere ridotte alla somma delle caratteristiche del luogo. La sperimentazione di “altro” che è stata fatta in quelle mura, e soprattutto il modo in cui è stata percepita da chi ha attraversato lo spazio di Piazza dei Sanniti, implica ben altro tipo di riflessione.
Anzi, sono forse proprio le sue caratteristiche generalmente percepibili (uno spazio “culturale”, una sala da ballo, un luogo di incontro, …) che oggi permettono agli “imprenditori di sinistra del PD” di dire «abbiamo salvato l’esperienza del cinema Palazzo, siamo tornati» provando a “scippare” una storia che non gli appartiene. Perché se è vero che ricominciare fare i concerti, gli spettacoli teatrali e le iniziative in quel luogo può sembrare in una certa misura una continuità, c’era talmente tanto altro “oltre” quelle attività, che nessuna cordata commerciale potrà mai replicare. Chiunque, infatti, può fare spettacoli e concerti in uno spazio così ampio e attrezzato – lo insegna il determinismo ambientale. Ma come si può pensare di ricreare “il Cinema Palazzo” senza quella serie di esperienze, sensazioni, e relazioni assolutamente fuori da ogni logica (commerciale) che abbiamo vissuto in questi anni?
E quindi – ahimè – forse tocca dare ragione alla fenomenologia.

Il cinema Palazzo è assolutamente definibile anche dall’insieme delle esperienze fatte in quel luogo, non certo solo dalle sue caratteristiche oggettivamente rilevabili.
Personalmente è stato fare la radio il martedì mattina nell’aula studio dove ho preparato gli esami più stronzi della mia carriera universitaria. Il funerale di papà, con tante persone strette in quel saluto collettivo che mi ha fatto sentire meno solo. Il Furore di Steinbeck con la regia di Taha. Il Festival di Storia con la lezione sul cibo nell’antichità (fatta in tempi in cui mi occupavo d’altro ma che ora assume un valore profetico). I cartelloni fatti a mano, primi tentativi di grafica editoriale della mia vita. Il concerto di Giancane passato sulle scale a contare chi saliva e chi scendeva per evitare tragedie, senza alla fine averne ascoltato una nota. Le litigate durante la Libera e le riunioni per scrivere il giornale di quartiere. I dischi comprati da Bush Doctor due vie più in là, e poi le corse per ascoltarli in studio perché non avevo due giradischi a casa e sognavo di fare il sound-boy. Il Tiglio. Le sedie arancioni, la Forst, e la notte passata sul divano a giocare a Risiko. Le coperte di pile perché si gelava, l’uso spregiudicato del bambù, gli striscioni col proiettore e il tre sette a cui non ho mai imparato a giocare.
Veramente “gli imprenditori del PD” riusciranno a riproporre tutto questo?
Riusciranno a restituire alla città di Roma la sua agorà coperta – riprendendo una definizione di Antonello – in cui chiunque poteva incontrarsi e confrontarsi su più o meno ogni tema? Ricreeranno quel luogo in cui generazioni differenti e soggettività complementari o in antitesi si sedevano attorno ad un tavolo per immaginare una vita degna per tutte e tutti?
Ovviamente no, perché – come il droide di Blade Runner – sappiamo bene che: «tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia». Perché – nonostante questa boutade fenomenologica – sappiamo che storicamente di queste cose qui non resterà traccia quando le archeologhe e gli archeologi nel 3000 d.C. scaveranno tra le macerie di San Lorenzo. Interpreteranno i ruderi del palazzo come un luogo ampio, molto probabilmente legato a qualche tipo d’attività che contemplava la presenza di numerose persone. Dagli oggetti che troveranno all’interno ricostruiranno l’uso che se ne faceva. Al massimo se non capiranno molto, potranno sempre tirare in ballo la sfera “rituale”.
E allora tenetevi le mura, la possibilità di fare i vostri concerti e spettacoli, riaccendete la luce su una piazza spenta di un quartiere morente. Ma non mettete le mani su “tutto il resto”. Prendetevi anche il nome – come ha scritto Marco – ma non pensate che questo basti a far credere che siete in continuità con l’esperienza del Cinema. Perché voi siete – come chi per sopravvivere ha mendicato stanze e piatti di lenticchie – dalla parte delle istituzioni che governano Municipio e città. Noi fortunatamente siamo altrove.
Questo perché, parafrasando ancora una volta Antonello – Mentre il cinema palazzo è rimasto nel fantastico mondo, sublime, del disegno «Perché è solo attraverso il disegno che la fantasia si riesce ad acchiappare per la coda e stringere» voi siete il bambino che inizia a scrivere nella lingua delle Istituzioni.
Di quelle istituzioni che ostacolano chi disegna un mondo per tutte e tutti, e aiutano solo amici, lacchè e clienti. In nome del profitto.