Il contributo di Valentina Taurini
È uscita la notizia, da più di due settimane oramai, dell’imminente apertura di un “centro culturale polivalente” nel cuore di San Lorenzo. Nulla di nuovo, sembrerebbe. Nulla di male, direbbe un occhio distratto. Risulta necessario parlarne perché questa nuova entità chiamata “SiamoPalazzo” prenderà forma all’interno di quel bene che fu il Nuovo Cinema Palazzo, spazio politico autogestito dal basso, spazio liberato dal 2011 fino al 2020, anno dello sgombero, oltre che della pandemia.
Questa entità nel raccontarsi non si fa scrupolo di citare il Nuovo Cinema Palazzo, non solo definendolo come “esperienza indelebile della città”, ma tentando in maniera goffa di usarne la memoria per poter legittimare i propri progetti, quasi come fosse un prosieguo di ciò che è stato. Risulta d’obbligo scrivere qualcosa, porre dei distinguo, per evitare che la memoria venga riutilizzata solamente a scopo pubblicitario, scimmiottando ciò che è stato per poter vendere qualche biglietto in più. Qui non c’è nulla da dire a chi vuole investire in un’attività culturale e ludica, ma addirittura additarsi come luogo restituito alla città lascia ben perplessi. Soprattutto quando si utilizza volontariamente e senza neanche un po’ di vergogna la memoria e l’immaginario creato dal Nuovo Cinema Palazzo per potersi fare gratuitamente un po’ di pubblicità, ergendosi a difensori della cultura e dei bisogni dei cittadini del territorio, semplicemente aprendo un ennesimo locale nel quadrante di San Lorenzo.
Nel libero mercato capitalista non può fare notizia l’apertura di un locale in un quartiere – e in una città – dove è prassi il consumo di suolo a scapito degli spazi verdi, dove è consuetudine la gentrification, la nascita di locali volti al divertimento mordi e fuggi, dove ha priorità il consumo a scapito della fruizione collettiva. E gli sgomberi che hanno colpito la città, gli spazi sociali costantemente minacciati anche a livello economico, ci ricordano sempre quali sono le priorità nella gestione del territorio di Roma. Difficile, però, accettare in silenzio chi accaparrandosi l’esperienza, in realtà, insulta tutti coloro che hanno provato a creare un luogo del possibile dove l’inclusività, la gestione orizzontale, la condivisione di valori e saperi slegati dalla logica del profitto, sono stati il motore di una comunità che ha trasformato un bene inteso come quattro mura in un bene comune; dove la socialità, l’aggregazione, lo sport, la produzione culturale e l’attenzione ai bisogni del territorio è stato frutto di pratiche politiche volte a scongiurare l’ennesimo spazio per pochi, il profitto dei pochi.
Una comunità inclusiva che si è riconosciuta nell’antifascismo, antisessismo e antirazzismo, che ha rifiutato le logiche di messa a valore del mondo capitalista ed era ben conscia che il bene comune si ha quando ci si arricchisce tutti e tutte, non quando si vive tra abbandono e solitudine mentre le decisioni dannose dei pochi ricadono su tutti coloro che vivono e abitano il territorio.
Diciamo allora a lor signori che utilizzano la declinazione plurale nel Siamo Palazzo che è inutile omaggiare qualcosa che non ha nulla a che fare con quel che verrà.
La produzione culturale e sociale del NCP era frutto di un’idea di politica di città e uso dei suoi beni. Nella produzione culturale, dai concerti al teatro, ci si è sempre schierati contro le forme di profitto, di organizzazione verticistica con un direttore artistico e infine contro il biglietto, mezzo escludente, a cui si contrapponeva una gestione condivisa, una quota di complicità di X euro – non escludendo chi non ce l’aveva – che permetteva la cura dello spazio e che faceva sì che qualunque cosa avvenisse all’interno delle mura potesse esser accessibile e il costo non ricadeva sulla comunità. Una comunità dentro che si contaminava con una comunità fuori: la cultura non rispondeva alle logiche del profitto e delle mode del momento, ma era espressione delle pratiche che si agivano all’interno, pratiche che poi permettevano di restituire alla città ciò che si era creato, aprendo le porte sul mondo. La programmazione culturale del NCP è stata, quindi, il frutto di quelle pratiche, di quell’idea che, davanti all’abbandono della politica istituzionale e ai costanti tentativi – andati poi a buon fine – di mettere a profitto qualunque metro cubo di San Lorenzo, tocca, dunque, alla collettività rendersi conto che l’interesse dei pochi, i profitti dei pochi, non possono essere accettati a scapito del benessere collettivo e della possibilità di agire sulle proprie vite dando una risposta ai propri bisogni e desideri.
Spogliare l’azione politica dello spazio rappresenta ciò che sappiamo del capitalismo: sussume, svuota e rivende la merce, il brand, il ricordo.
Il Nuovo Cinema Palazzo nasce dopo una devastante crisi economica e, nelle sue pratiche di mutualismo, crea dal basso l’ambito culturale, sociale e aggregativo, che si traduce nella ricchezza della programmazione, sempre da agire e sperimentare, così come la ricchezza data al territorio. Lo spazio Nuovo cinema Palazzo è stato un bene comune urbano, è stata una risposta all’abbandono delle istituzioni davanti alle necessità e desideri del territorio e della città. Abitato da una comunità informale e inclusiva che è cresciuta e si è rafforzata negli anni, che gravitava attorno all’accessibilità dei diritti per tutti, al bisogno di spazi di prossimità e di relazioni che non fossero legati ai soldi nel portafoglio, a un modo di divertirsi e far divertire lontano dal fare cassa, a un agire politico che rivendicasse il protagonismo della cittadinanza nella sua capacità di individuare se e quali danni avrebbero prodotto le trasformazioni del quartiere.
Anticorpi alla gentrificazione e alla speculazione, dicevamo. Generare ricchezza sociale vuol dire andare oltre le logiche estrattive del capitale, per portare una ricchezza che seppur sembri astratta nella scala di valori neoliberali, si traduce con una programmazione accessibile e capace di creare relazioni di prossimità nel territorio e instaurare relazioni e pratiche di co-gestione con chiunque attraversi lo spazio. Il bilancio sociale presentato dal Nuovo cinema Palazzo mette nero su bianco il valore di tale ricchezza. Risulta inutile l’inganno del momento dato da un locale che nulla ha di nuovo, dove la produzione e la fruizione rientrano in uno schema già visto e dunque incapace di creare quell’eccedenza, quella ricchezza sociale, che – appunto – è stata la peculiarità del fu Nuovo Cinema Palazzo, causa di tutto quello che possiamo definire, rozzamente, programmazione.
Come sarà questa nuova programmazione? Se l’eterogeneità del NCP era data da chi lo teneva in vita, qui come si può replicare una tale diversificazione? E l’aggregazione si fa con attività partecipate e accessibili o semplicemente abbellendo una stanza? Rendere la socialità e l’aggregazione a pagamento, eliminando chi non se lo può permettere, si può chiamare socialità? È possibile immaginare una città diversa?
Questa è la domanda che ci si è posti e quell’occupazione temporanea di tre giorni è durata quasi dieci anni, prima che venisse sgomberata e prima che venisse abbandonata dalle istituzioni incapaci di progettare politicamente una soluzione; una politica dall’alto che accetta passivamente il criterio economico come unico strumento poter definire ciò che è virtuoso e produttivo.
Occupazione a fini “né patrimoniale né egoistici” come ricorda il tribunale di Roma. Evidentemente al capitalismo, e fino a qui ci siamo, ma anche a quella politica, risulta importante la cittadinanza solo quando diventa cliente/elettore, quando può consumare/votare.
Come si può creare comunità se l’unico modo per partecipare è consumare, eliminando qualunque partecipazione ai processi decisionali? Ci accontentiamo della cultura solo come merce? E soprattutto, è possibile definire una comunità, un ritrovo di quartiere, decidendola a priori e calandola dall’alto? Chi è il nuovo “siamo” del palazzo?
Un’ampia comunità, come detto, c’era e ha tenuto in vita il Nuovo Cinema Palazzo e comprende sia quella che se ne prendeva cura, sia quella che lo attraversava e con la sottoscrizione contribuiva alla sua offerta culturale e pratica politica, sostenendone quel tipo di produzione e quel tipo di gestione. Includeva anche tutti quegli artisti e artiste che hanno sposato il progetto politico e culturale dello spazio. Il virtuosismo delle pratiche generate dal basso ha permesso di poter rivendicare la nascita di un bene comune, di essere anticorpi alla gentrificazione, all’esclusione sociale e al profitto a tutti i costi, di poter restituire alla città una programmazione eterogenea, autofinanziata e indipendente.
Risulta l’inizio di un romanzo dell’orrore leggere che la creazione di un altro locale sarebbe una “restituzione alla città”, ma la città qualcuno l’ha mai sentita? E la città è anche il territorio, è anche il quartiere. E allora un bene comune gestito in maniera orizzontale risulta più legittimato a usare quelle parole, o basta che si faccia cultura e siamo tutti contenti? Come se la “produzione culturale” sia data dalla programmazione, non da come si produce tale cultura, non dalle scelte consapevoli che vengono fatte per poter fare cultura indipendente e accessibile. E ora che la proprietà privata, ritenuta dalla politica un interlocutore più affidabile di quella comunità, ma che risulta dannosa per chi vive nelle sue vicinanze (o è stata fraintesa quando voleva farci un Casinò?), ci farà i suoi soldi; ora che i gestori di un locale faranno altrettanto, parlando di socialità e aggregazione decisi dall’alto, un ulteriore appunto va alla politica istituzionale, tutta.
Incapace di sperimentare forme giuridiche che avrebbe permesso la sopravvivenza di quegli anticorpi alla Disneyland che sta diventando Roma, dove i ricchi si divertono e i poveri se ne vanno incapaci di sostenere i prezzi che tale divertimento richiede; incapace di arginare uno sviluppo urbanistico che predilige il turismo e il divertimento solo di una classe, in maniera massiva; immobilizzato quando poi deve prender decisioni sulla sostenibilità e vivibilità dei quartieri, spesso danneggiati proprio da tale sviluppo; incapace di ragionare su come metter a valore e proteggere la ricchezza sociale generata dallo spazio aperto a Palazzo, di trovare forme giuridiche di tutela di un bene comune gestito orizzontalmente e in maniera virtuosa, dando ancora priorità a quei criteri economici che premiano sempre chi è più ricco; incapace di alzare la voce su chi ha dimostrato nel tempo di pensare solo al suo bene privato e non ai danni che avrebbe potuto generare tutto intorno; incapace di dare risposte a quella comunità che ha provato a interloquire per poter salvare l’esperienza che ha prodotto quella ricchezza qui scritta e riscontrabile negli anni in cui è esistita.
A chi fa politica fra silenzi e occhiolini allo status quo, e al secondo Municipio, che non ha nessun pudore nel vantarsi che questo nuovo locale sarà fatto da “giovani di sinistra del quartiere di San Lorenzo”, rimuovendo volontariamente ciò che il cinema Palazzo autogestito ha costruito in quasi dieci anni di attività, donando parole di lodi quando serviva, e sostegno fattuale inesistente. Una politica istituzionale che non si fa problemi a parlare del bene comune e dell’importanza dell’ascolto della cittadinanza, ma quando nella pratica ciò si scontra con l’interesse privato, tutto sfuma e si ritorna a come è sempre tutto stato.
Non lasciamo in mano questa Storia ribelle a chi ha come interesse il proprio profitto. Non lasciamoci ingannare da menzogne e sponsor. Seppur la moltitudine resistente è stata spazzata via nella sua possibilità di agire politicamente tra tutti questi grandi attori citati e che la storia non si ripete mai due volte in maniera identica, l’immaginario creato e la forza delle idee del Nuovo Cinema Palazzo liberato superano i confini dello spazio e del tempo, auspicando una riproducibilità delle pratiche di autogestione e di mutualismo, verso l’infinito e oltre.
