In quel posto a piazza dei Sanniti ci ho passato un sacco di tempo. Non ho mai voluto averne le chiavi perché poi io alla fine sono di quelli che deve sempre poter avere almeno un piede fuori, ho bisogno di assentarmi e sparire quando ne ho la necessità. Però c’ero, ci sono stato tanto e spesso. In alcuni momenti ho quasi vissuto là dentro. Insieme ad altri ho montato palchi e li ho smontati, ho sporcato, pulito, lavato per terra, lavato i cessi, bevuto e servito birre in egual misura, tenuto soldi, fatta la spesa, poche volte cucinato, spesso lavato i piatti, detto un sacco di cazzate e qualche cosa seria, fatto le migliori risate degli ultimi anni.
Ho aiutato a costruire i “pensili” della cucina, ho scaricato dal camion il legname e poi contributo a costruire gli spalti. Ho provato decine di volte a riordinare il magazzino delle attrezzature tecniche, fatto il check dei cavi. Ci ho mangiato tante volte, dentro e fuori, qualche volta ci ho dormito.
Ho fatto sentire Johnny Dorelli ad Adele.
Ci sono partito e tornato quando c’erano i cortei, ci ho fatto assemblee e sentito concerti. Ci ho servito una enorme cena di quinto quarto, ci ho salutato persone care.
Ci ho giocato a pallone in platea.
Lì sono stato felice.
Quello che sta per accadere al Cinema Palazzo è tutto meno che sorprendente e ha il sapore dell’ineluttabilità. Arrivano i Mercanti.
Non nel Tempio, per carità, la sacralità non ci appartiene, ma in uno spazio che invece è stato esempio, quello sì, di un’utopia realizzabile e concreta: la condivisione dei saperi e dei talenti, delle idee, lontani dalle logiche del commercio e del consumo. La restituzione alla collettività di uno spazio e la sua messa a disposizione in primo luogo a un quartiere e poi per estensione a una città.
Non siamo mai stati i proprietari di nulla, solo i custodi, quelli che garantivano la disponibilità di volta in volta di un palco, di una platea, di “un’agorà”, di una pista da ballo, di una sala convegni o di una sala studio. O, per Shamim, di una sedia dove addormentarsi nelle posizioni più improbabili. Che facevano in modo che un’amplificazione e un parco luci dignitosi, anche se non all’ultimo grido, su quel palco (che poi era una pedana, chi di volta in volta stava sopra non era distante e diverso da chi era giù) ci fossero sempre.
Proprio perché non siamo stati i proprietari non mi sconvolge che i bottegai in arrivo si tengano il nome, quello davvero non è mai stato nostro. Il Cinema Palazzo si è sempre chiamato così, fin da quando ci facevano il varietà. E anche quando per tanto tempo è stata sala da biliardo, in teoria sì quella era l’Accademia del biliardo ma nessuno a Roma l’ha mai chiamata diversamente da Sala Palazzo.
Quindi sì, il nome per me è giusto che lo usiate e che lo lasciate lì quando ve ne andrete. Ma il richiamarvi all’esperienza che io ho vissuto là dentro, suggerire ai media che si tratti di un “salvataggio”, quello no, è inaccettabile.
Siete esattamente quello a cui mi sono opposto sempre, il profitto e la speculazione sulla cultura e sul diritto al piacere.
Siete quello che, perdendo, ho combattuto.
La vostra cojonella la rifiuto perché mi fate schifo.
Marco Acciari
